Carissimi amici dal "Cuore Alpino", questa sera vi scrivo per dirvi con orgoglio che i lettori di "Cuore Alpino" mi danno sempre nuovi motivi per andare avanti. Nella giornata di ieri, 25 febbraio 2019, in quel di Casale Monferrato (Piemonte) un lettore del Blog - nonché mio buon amico - ha messo a repentaglio la sua vita per tentare di salvare quella della signora Caterina Filosi, 87 anni, che purtroppo è rimasta vittima di un incendio scoppiato attorno alle 15:30 in un alloggio di Via Celoria.
Lui, Mirko Delmiglio, Carabiniere Scelto, 29 anni, in forza presso il 7 Reggimento Carabinieri Trentino Alto-Adige "Laives", è stato il primo ad intervenire. Transitava con la sua auto in zona e si è reso conto che dal palazzo provenivano fumo e fiamme. Ha tirato il freno a mano e, sprezzante del pericolo, si è lanciato nell'appartamento per cercare di salvare la vita della signora Filosi. Con lui hanno collaborato Ivan Cecchetto, Volontario della Protezione Civile, che ha suonato tutti i campanelli per invitare i residenti ad evacuare lo stabile, il ViceBrigadiere Ugo Sanna e l'Appuntato Scelto Fabio Vigo della locale Guardia di Finanza, in servizio di pattuglia in quel momento, e gli agenti della Polizia di Stato Alex Li Gioi e Alessandro Costa.
L'eroismo di Mirko e di tutti i succitati, però, purtroppo, non è servito a salvare la signora. Proprio il Carabiniere Scelto Delmiglio, infatti, durante l'ispezione degli ambienti, si è trovato dinanzi ai resti carbonizzati della signora Filosi sdraiata sul suo letto mentre i due militari della Guardia di Finanza con la manichetta antincendio hanno tenuto a bada le fiamme in attesa dell'intervento dei Vigili del Fuoco.
L'Arma dei Carabinieri, la Guardia di Finanza, la Polizia di Stato e la Protezione Civile hanno motivo di essere orgogliosi dei loro uomini che, in virtù del loro giuramento, e del loro altruismo, hanno rischiato la vita per salvare quella di una persona in difficoltà.
Come fondatore e curatore di "Cuore Alpino", poi, non posso non congratularmi con Mirko per la grande persona che è. Il Carabiniere Scelto Delmiglio, infatti, in questi giorni si trova a casa perché il 12 marzo partirà per una Missione Internazionale in Iraq ma non è riuscito a stare con le mani in mano. Quando ha visto che c'era una vita in pericolo non ha esitato a mettersi in gioco per evitare che questo accadesse. Che dire? Massima stima e sommo onore a militari con questa tempra e questo sincero spirito di abnegazione per il Tricolore ed il Popolo che esso rappresenta.
Carissimi, sapere che un militare come Mirko segue e legge "Cuore Alpino" sin dalla sua nascita mi riempie di orgoglio e di profonda riconoscenza. Ciò che scrivo su questo piccolo e semplice blog raggiunge anche eroi e soldati da cui posso solo imparare. Vi pare poco? A me no!
L'Italia, ieri, ha avuto un motivo in più per sentirsi una Nazione fiera ed orgogliosa delle proprie Forze Armate. Sursum Corda!
Viva l'Italia, viva l'Arma dei Carabinieri, onore al Carabiniere Scelto Mirko Delmiglio!
Andrea Elia Rovera
Responsabile della Memoria Storica
del CMCS degli Alpini Giorgio Langella
Blog in memoria del Caporal Maggiore Capo Scelto GIORGIO LANGELLA per far conoscere amare ed apprezzare le Forze Armate, le Forze dell'Ordine e le Guardie Particolari Giurate.
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martedì 26 febbraio 2019
giovedì 25 ottobre 2018
Il 7 Reggimento Carabinieri "Laives" esempio di Forza Armata
Carissimi amici dal "Cuore Alpino", ogni anno, nelle più importanti piazze italiane si celebra la Festa Nazionale delle Forze Armate e dell'Unità Nazionale meglio conosciuta come 4 Novembre (dal giorno in cui viene celebrata).
Come ormai faccio da anni, anche quest'anno, desidero scrivere qualcosa su questa festa facendo particolare riferimento ad una componente delle Forze Armate italiane che svolge la propria attività a servizio del Cittadino in sudditanza al Tricolore.
In questa breve - e sicuramente non esaustiva riflessione - desidero parlarvi di una componente specialistica dell'Arma dei Carabinieri che opera il Alto Adige: il 7 Reggimento Carabinieri Laives.
Il 7 Reggimento è un'unità operativa preposta allo svolgimento delle Missioni Estere anche di alto profilo operativo con compiti che vanno dalla Polizia Militare, al mantenimento della Pace, all'Ordine Pubblico nei teatri operativi più svariati Albania, Kosovo, Macedonia, Eritrea, Etiopia, Iraq, Afghanistan, Libano, Somalia, ...
Il Colonnello Stefano Iasson, comandante del 7 Reggimento dal 2011 al 2015, durante un'intervista fattagli in occasione della cessione del Comando disse che: "C'è del personale molto preparato che per entrare in questo reparto segue dei corsi e supera una selezione. Questo è molto importante per creare un'elitè! Il servizio presso questo Reggimento è stato entusiasmante. Lascio un reparto di uomini molto molto preparati. L'emozione è forte perché lasciare dopo tutti questi anni una serie di fratelli - sono il fratello maggiore ma questi sono dei fratelli - mi pesa dal punto di vista personale".
Il Colonnello Michele Facciorusso, attuale Comandante del 7 Reggimento e successore di Iasson, con non poca emozione ha fatto seguito dicendo: "Ho cominciato nel 2003 con l'Iraq, ho fatto due turni in Iraq, due turni in Afghanistan, un turno in Libano, un turno in Kosovo, un turno in Bosnia, e il mio ultimo incarico è stato a Kabul al Comando Isaf. Con il Reggimento ho lavorato tantissimo; quindi li conosco veramente bene. Conosco bene l'impegno del Reggimento all'estero sia nelle missioni fuori area sia nelle varie Ambasciate dove i nostri ragazzi sono presenti".
Ma al di là delle dichiarazioni ufficiali dei Comandanti del 7 bisogna dire che questo non è un reggimento come gli altri. Il 7 Reggimento Carabinieri Laives, come recita il suo motto, è "Sempre e Ovunque" presente per aiutare la popolazione, addestrare e formare le forze di polizia delle nazioni estere, fornire sicurezza alle Rappresentanze Diplomatiche italiane nei paesi a maggior rischio, svolgere operazioni di polizia militare ed essere un'unità specializzata Nato che viene impiegata in tutti i principali teatri ed operazioni. La storia militare ci dice che è un'unità specificamente richiesta dai vertici Nato che, in molteplici occasioni, hanno potuto constatare la grande operatività, professionalità e competenza dei Carabinieri di Laives.
All'interno del Reggimento, inoltre, ci sono tiratori scelti, artificieri, soccorritori militari, pattugliatori scelti, sciatori, istruttori di arti marziali, atleti, ... e tutte quelle figure professionali che possono essere impiegate in situazioni emergenziali come sono state L'Aquila (terremoto), Amatrice (Terremoto), Macerata (terremoto), e molte altre località. Quando c'è necessità di competenza e alta formazione di sicurezza il Ministero della Difesa non esita a schierare il 7 Reggimento quale punta di diamante delle Forze Armate italiane.
Carissimi, per molti il 4 Novembre è una festa da abolire, per altri è l'occasione per fare un po' di folclore, per altri ancora è un'occasione per ritrovare ex-colleghi ed ex-commilitoni... Per me, invece, il 4 Novembre è la festa delle feste, l'occasione per essere vicino a tutti quegli uomini e quelle donne che, ogni giorno, sprezzanti del pericolo e delle incombenze della loro professione, indossano un'uniforme e si recano nelle centinaia di caserme del nostro territorio nazionale per garantire agli Italiani ed alle Libere Istituzioni i valori della pace, della democrazia e della legalità.
Il 4 Novembre non è una giornata simbolica e neppure una mera commemorazione storica ma la celebrazione viva e vibrante della maestosità e della gloria del Tricolore personificato e vissuto nei membri delle nostre Forze Armate.
Ogni mattina un militare del 7 Reggimento Cararabinieri "Laives" indossa l'uniforme, infila gli anfibi, saluta la famiglia e va in caserma dove riceve addestramento, formazione, istruzione e tutto quanto gli serve per svolgere al meglio la sua missione a servizio del Paese.
Essere un Carabiniere non è per nulla semplice. Si viene additati come "mercenari", "signori della guerra", "sbirri", ... ma - ci tengo a ribadirlo - dietro all'uniforme a bande rosse c'è un figlio, un fratello, un padre, un fidanzato, un marito, ... che ha una sola colpa: amare la propria uniforme e la propria Bandiera più di qualunque altra cosa! Questo lo sanno bene le spose e le fidanzate di un Carabiniere che devono dividere l'affetto del loro innamorato non con un'altra donna ma con una rivale che non potranno mai battere: la Patria!
A conclusione di questa mia riflessione, voglio chiedervi di vivere il 4 Novembre con lo spirito di chi sa di dover essere riconoscente verso chi spende la sua esistenza per la sicurezza della nostra con una particolare attenzione - quest'anno - per i militari del 7 Reggimento Carabinieri Trentino Alto Adige.
Viva l'Italia, viva l'Arma dei Carabinieri, Sempre e Ovunque!
Andrea Elia Rovera
Responsabile della Memoria Storica
del CMCS degli Alpini Giorgio Langella
Come ormai faccio da anni, anche quest'anno, desidero scrivere qualcosa su questa festa facendo particolare riferimento ad una componente delle Forze Armate italiane che svolge la propria attività a servizio del Cittadino in sudditanza al Tricolore.
In questa breve - e sicuramente non esaustiva riflessione - desidero parlarvi di una componente specialistica dell'Arma dei Carabinieri che opera il Alto Adige: il 7 Reggimento Carabinieri Laives.
Il 7 Reggimento è un'unità operativa preposta allo svolgimento delle Missioni Estere anche di alto profilo operativo con compiti che vanno dalla Polizia Militare, al mantenimento della Pace, all'Ordine Pubblico nei teatri operativi più svariati Albania, Kosovo, Macedonia, Eritrea, Etiopia, Iraq, Afghanistan, Libano, Somalia, ...
Il Colonnello Stefano Iasson, comandante del 7 Reggimento dal 2011 al 2015, durante un'intervista fattagli in occasione della cessione del Comando disse che: "C'è del personale molto preparato che per entrare in questo reparto segue dei corsi e supera una selezione. Questo è molto importante per creare un'elitè! Il servizio presso questo Reggimento è stato entusiasmante. Lascio un reparto di uomini molto molto preparati. L'emozione è forte perché lasciare dopo tutti questi anni una serie di fratelli - sono il fratello maggiore ma questi sono dei fratelli - mi pesa dal punto di vista personale".
Il Colonnello Michele Facciorusso, attuale Comandante del 7 Reggimento e successore di Iasson, con non poca emozione ha fatto seguito dicendo: "Ho cominciato nel 2003 con l'Iraq, ho fatto due turni in Iraq, due turni in Afghanistan, un turno in Libano, un turno in Kosovo, un turno in Bosnia, e il mio ultimo incarico è stato a Kabul al Comando Isaf. Con il Reggimento ho lavorato tantissimo; quindi li conosco veramente bene. Conosco bene l'impegno del Reggimento all'estero sia nelle missioni fuori area sia nelle varie Ambasciate dove i nostri ragazzi sono presenti".
Ma al di là delle dichiarazioni ufficiali dei Comandanti del 7 bisogna dire che questo non è un reggimento come gli altri. Il 7 Reggimento Carabinieri Laives, come recita il suo motto, è "Sempre e Ovunque" presente per aiutare la popolazione, addestrare e formare le forze di polizia delle nazioni estere, fornire sicurezza alle Rappresentanze Diplomatiche italiane nei paesi a maggior rischio, svolgere operazioni di polizia militare ed essere un'unità specializzata Nato che viene impiegata in tutti i principali teatri ed operazioni. La storia militare ci dice che è un'unità specificamente richiesta dai vertici Nato che, in molteplici occasioni, hanno potuto constatare la grande operatività, professionalità e competenza dei Carabinieri di Laives.
All'interno del Reggimento, inoltre, ci sono tiratori scelti, artificieri, soccorritori militari, pattugliatori scelti, sciatori, istruttori di arti marziali, atleti, ... e tutte quelle figure professionali che possono essere impiegate in situazioni emergenziali come sono state L'Aquila (terremoto), Amatrice (Terremoto), Macerata (terremoto), e molte altre località. Quando c'è necessità di competenza e alta formazione di sicurezza il Ministero della Difesa non esita a schierare il 7 Reggimento quale punta di diamante delle Forze Armate italiane.
Carissimi, per molti il 4 Novembre è una festa da abolire, per altri è l'occasione per fare un po' di folclore, per altri ancora è un'occasione per ritrovare ex-colleghi ed ex-commilitoni... Per me, invece, il 4 Novembre è la festa delle feste, l'occasione per essere vicino a tutti quegli uomini e quelle donne che, ogni giorno, sprezzanti del pericolo e delle incombenze della loro professione, indossano un'uniforme e si recano nelle centinaia di caserme del nostro territorio nazionale per garantire agli Italiani ed alle Libere Istituzioni i valori della pace, della democrazia e della legalità.
Il 4 Novembre non è una giornata simbolica e neppure una mera commemorazione storica ma la celebrazione viva e vibrante della maestosità e della gloria del Tricolore personificato e vissuto nei membri delle nostre Forze Armate.
Ogni mattina un militare del 7 Reggimento Cararabinieri "Laives" indossa l'uniforme, infila gli anfibi, saluta la famiglia e va in caserma dove riceve addestramento, formazione, istruzione e tutto quanto gli serve per svolgere al meglio la sua missione a servizio del Paese.
Essere un Carabiniere non è per nulla semplice. Si viene additati come "mercenari", "signori della guerra", "sbirri", ... ma - ci tengo a ribadirlo - dietro all'uniforme a bande rosse c'è un figlio, un fratello, un padre, un fidanzato, un marito, ... che ha una sola colpa: amare la propria uniforme e la propria Bandiera più di qualunque altra cosa! Questo lo sanno bene le spose e le fidanzate di un Carabiniere che devono dividere l'affetto del loro innamorato non con un'altra donna ma con una rivale che non potranno mai battere: la Patria!
A conclusione di questa mia riflessione, voglio chiedervi di vivere il 4 Novembre con lo spirito di chi sa di dover essere riconoscente verso chi spende la sua esistenza per la sicurezza della nostra con una particolare attenzione - quest'anno - per i militari del 7 Reggimento Carabinieri Trentino Alto Adige.
Viva l'Italia, viva l'Arma dei Carabinieri, Sempre e Ovunque!
Andrea Elia Rovera
Responsabile della Memoria Storica
del CMCS degli Alpini Giorgio Langella
venerdì 14 settembre 2018
Un militare può avere paura?
Carissimi amici dal "Cuore Alpino", l'altro giorno, parlando con dei colleghi in sala pausa, ho sentito dire che un militare che va in missione all'estero o che esce di notte per sedare una rissa non può permettersi il lusso di avere paura. Ma è davvero così?
Il Comandante Alfa, tra i fondatori del Gruppo Interventi Speciali dell'Arma dei Carabinieri (G.I.S.), una notte, durante una Missione a Nassiryia (Iraq), poco tempo dopo il tragico attentato alla base italiana, ha ricevuto una chiamata del suo Colonnello perché c'è appena stata un'esplosione sospetta in paese. Lui racconta così l'accaduto:
"C'è il rischio si tratti di un'imboscata. Blindato II, III e Mitsubishi in azione. Nessuno ha bisogno di aggiungere altro. Di corsa ognuno raggiunge la propria postazione.
Con noi viene anche la paura. C'è. Esiste. La si sente nell'aria, quasi fosse un odore. Un odore impalpabile, una nebbia che scende fredda e improvvisa nella notte e ti si appiccica addosso senza lasciarti scampo. La sensazione più arcaica tra quelle provate dall'uomo.
La paura dell'ignoto, del nemico, del pericolo, della morte. Riesco a riconoscerne i contorni nel silenzio composto e austero dei miei compagni. Anche questo fa parte di noi. Siamo uomini. La paura fa parte di noi. E' presente nella nostra vita da sempre e giorno dopo giorno abbiamo imparato a conviverci e a tenerla sotto controllo. Non ci si abitua mai all'idea di morire e gli sguardi che s'incrociano tra gli uomini sono dignitosamente silenziosi. Tutti deglutiscono con aria severa. Nel silenzio di riconosce il pericolo a cui ognuno sta andando incontro ma allo stesso tempo la consapevolezza di essere un tutt'uno, la certezza dell'importanza del proprio ruolo, la coscienza di essere realmente in grado di agire e di vincere". (Comandante Alfa, "Cuore di Rondine", Edizioni Tea, Pagine 31-32)
Carissimi, dopo queste poche righe scritte da un grande Luogotenente dell'Arma dei Carabinieri che appartiene al G.I.S. sin dal 1977, penso non ci sia molto da aggiungere. La paura non è un difetto ma una componente fondamentale della vita di ogni uomo. I militari, in questo caso i Carabinieri, non ne sono privi. La differenza fra un buon militare ed un militare mediocre sta nel modo in cui questi affronta la paura.
La mia stima verso chi indossa una divisa cresce di giorno in giorno e spero che, anche grazie a "Cuore Alpino", cresca pure la vostra.
Viva l'Italia, viva l'Arma dei Carabinieri!
Andrea Elia Rovera
Responsabile della Memoria Storica
del CMCS degli Alpini Giorgio Langell
Il Comandante Alfa, tra i fondatori del Gruppo Interventi Speciali dell'Arma dei Carabinieri (G.I.S.), una notte, durante una Missione a Nassiryia (Iraq), poco tempo dopo il tragico attentato alla base italiana, ha ricevuto una chiamata del suo Colonnello perché c'è appena stata un'esplosione sospetta in paese. Lui racconta così l'accaduto:
"C'è il rischio si tratti di un'imboscata. Blindato II, III e Mitsubishi in azione. Nessuno ha bisogno di aggiungere altro. Di corsa ognuno raggiunge la propria postazione.
Con noi viene anche la paura. C'è. Esiste. La si sente nell'aria, quasi fosse un odore. Un odore impalpabile, una nebbia che scende fredda e improvvisa nella notte e ti si appiccica addosso senza lasciarti scampo. La sensazione più arcaica tra quelle provate dall'uomo.
La paura dell'ignoto, del nemico, del pericolo, della morte. Riesco a riconoscerne i contorni nel silenzio composto e austero dei miei compagni. Anche questo fa parte di noi. Siamo uomini. La paura fa parte di noi. E' presente nella nostra vita da sempre e giorno dopo giorno abbiamo imparato a conviverci e a tenerla sotto controllo. Non ci si abitua mai all'idea di morire e gli sguardi che s'incrociano tra gli uomini sono dignitosamente silenziosi. Tutti deglutiscono con aria severa. Nel silenzio di riconosce il pericolo a cui ognuno sta andando incontro ma allo stesso tempo la consapevolezza di essere un tutt'uno, la certezza dell'importanza del proprio ruolo, la coscienza di essere realmente in grado di agire e di vincere". (Comandante Alfa, "Cuore di Rondine", Edizioni Tea, Pagine 31-32)
Carissimi, dopo queste poche righe scritte da un grande Luogotenente dell'Arma dei Carabinieri che appartiene al G.I.S. sin dal 1977, penso non ci sia molto da aggiungere. La paura non è un difetto ma una componente fondamentale della vita di ogni uomo. I militari, in questo caso i Carabinieri, non ne sono privi. La differenza fra un buon militare ed un militare mediocre sta nel modo in cui questi affronta la paura.
La mia stima verso chi indossa una divisa cresce di giorno in giorno e spero che, anche grazie a "Cuore Alpino", cresca pure la vostra.
Viva l'Italia, viva l'Arma dei Carabinieri!
Andrea Elia Rovera
Responsabile della Memoria Storica
del CMCS degli Alpini Giorgio Langell
lunedì 3 settembre 2018
Il sorriso dei giusti. In memoria del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa
Carissimi amici al "Cuore Alpino", trentasei anni fa l'Italia si è fermata per piangere la scomparsa del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, vittima di un attentato terroristico messo in atto dagli schifosissimi sicari di "Cosa nostra".
Il Generale Dalla Chiesa nasce a Saluzzo, splendida cittadina della provincia di Cuneo, il 27 settembre 1920. Si innamora da subito dell'Arma dei Carabinieri e nel 1942, a soli 22 anni, si arruola ed indossa la bellissima uniforme a bande rosse. I suoi formatori ed istruttori vedono subito la stoffa di questo giovane carabiniere e lo inviano in Campania dove viene inserito nel nucleo incaricato di dare la caccia al bandito La Marca.
Nel 1968, nel pieno della carriera, il giovane Carlo Alberto viene chiamato ad organizzare i soccorsi per la popolazione civile vittima del terremoto del Belice. La Protezione Civile non esiste ancora e Dalla Chiesa deve salvare vite, rendere sicure città e fornire sicurezza e stabilità ai territori coinvolti dall'emergenza. L'Arma dei Carabinieri resta piacevolmente meravigliata dal suo grande spirito d'iniziativa e i comuni di Montevago e Gibellina gli conferiscono la Cittadinanza Onoraria.
L'impegno, la dedizione e la fedeltà dimostrati da Dalla Chiesa spingono i gerarchi dell'Arma a mandarlo in Sicilia per lottare seriamente e con mano ferma contro "Cosa nostra". Anche qui i risultati non si fanno attendere. Dalla Chiesa si mette ad indagare sugli omicidi del giornalista Mauro de Mauro e del procuratore Pietro Scaglione e, grazie al suo grandissimo acume investigativo, dà vita al "Rapporto dei 114" in cui si possono leggere nomi, indirizzi e informazioni utili sulla maggior parte dei capimafia operanti nell'isola sicula. Fra questi nomi si trovano quelli di Tommaso Buscetta, i cugini Greco di Cianculli, Frank Coppola e Gerlando Alberti.
Questa importante "mappa" della criminalità organizzata colpisce in modo singolarissimo il Comando Generale dell'Arma dei Carabinieri che, dopo attenta analisi, nel 1973 decide di elevare il Colonnello Carlo Alberto Dalla Chiesa al grado di Generale di Brigata con incarico di Comandante della Divisione Pastrengo di Milano incaricata di sgominare e distruggere il gruppo terroristico delle "Brigate Rosse".
Il neo-nominato Generale non lascia nulla al caso e, anche questa volta, riesce a dar prova della sua grande capacità investigativa. Dopo il sequestro del Giudice Sossi di Genova Dalla Chiesa capisce che bisogna dare un forte colpo alle BR ed infiltra uno dei suoi migliori uomini della "Pastrengo", il carabiniere Silvano Girotto, all'interno del sodalizio rosso. Grazie al grande lavoro di quest'ultimo, il Generale trae in arresto i brigatisti Renato Curcio e Alberto Franceschini. Ma non finisce qui. Nel 1975, durante una delicatissima operazione militare atta a liberare l'industriale vitivinicolo Gancia, i Carabinieri di Dalla Chiesa uccidono in un conflitto a fuoco Margherita Cagol, moglie di Renato Curcio, che aveva preso il posto del marito all'interno delle BR.
Ma le BR esistono ancora e riescono ad evadere dalle carceri in cui sono detenute. Dalla Chiesa riesce a ricatturare Renato Curcio e i suoi "compagni" e li sparpaglia nelle Carceri di Massima Sicurezza di Cuneo, Asinara, Favignana, Palmi e Trani.
Il Ministero della Difesa, visti i grandi risultati di questo suo figlio, nel 1981 nomina il Generale Dalla Chiesa Vice Comadante dell'Arma dei Carabinieri (incarico già ricoperto da suo padre) ed il 2 maggio 1982 lo invia con l'incarico di Prefetto in Provincia di Palermo.
Qui, in questo luogo, il 3 settembre 1982, dopo soli 4 mesi di servizio prefettizio, il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, l'Agente di Polizia Domenico Russo e la Signora Emanuela Setti Carraro, moglie del Generale, vengono barbaramente uccisi in un attentato da parte di "Cosa nostra".
Gli anni passano, i giorni trascorrono frenetici, ogni giorno accade qualche fatto di cronaca ma gli Italiani non possono e non vogliono dimenticare ciò che è accaduto a questo grande uomo che ha avuto l'unica "colpa" di amare il Tricolore e servirLo fedelmente.
Carissimi, ogni volta che incontro un carabiniere, che vedo una gazzella, che sento una sirena o che passo dinanzi ad una caserma, sento forte la presenza del mio conterraneo Carlo Alberto Dalla Chiesa. Come me migliaia di giovani che bramano con tutti loro stessi di entrare nell'Arma dei Carabinieri per mettere a repentaglio la loro vita in favore di chi è povero ed indifeso.
Oggi, 3 settembre 2018, migliaia di Italiani per bene inneggiano alla figura onesta e carismatica di Carlo Alberto Dalla Chiesa e sperano nella sconfitta completa e definitiva delle mafie, che sono il liquame putrido ed olezzoso del nostro paese.
Viva l'Arma dei Carabinieri, viva l'Italia, onore al Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa!
Andrea Elia Rovera
Responsabile della Memoria Storica
del CMCS degli Alpini Giorgio Langella
Il Generale Dalla Chiesa nasce a Saluzzo, splendida cittadina della provincia di Cuneo, il 27 settembre 1920. Si innamora da subito dell'Arma dei Carabinieri e nel 1942, a soli 22 anni, si arruola ed indossa la bellissima uniforme a bande rosse. I suoi formatori ed istruttori vedono subito la stoffa di questo giovane carabiniere e lo inviano in Campania dove viene inserito nel nucleo incaricato di dare la caccia al bandito La Marca.
Nel 1968, nel pieno della carriera, il giovane Carlo Alberto viene chiamato ad organizzare i soccorsi per la popolazione civile vittima del terremoto del Belice. La Protezione Civile non esiste ancora e Dalla Chiesa deve salvare vite, rendere sicure città e fornire sicurezza e stabilità ai territori coinvolti dall'emergenza. L'Arma dei Carabinieri resta piacevolmente meravigliata dal suo grande spirito d'iniziativa e i comuni di Montevago e Gibellina gli conferiscono la Cittadinanza Onoraria.
L'impegno, la dedizione e la fedeltà dimostrati da Dalla Chiesa spingono i gerarchi dell'Arma a mandarlo in Sicilia per lottare seriamente e con mano ferma contro "Cosa nostra". Anche qui i risultati non si fanno attendere. Dalla Chiesa si mette ad indagare sugli omicidi del giornalista Mauro de Mauro e del procuratore Pietro Scaglione e, grazie al suo grandissimo acume investigativo, dà vita al "Rapporto dei 114" in cui si possono leggere nomi, indirizzi e informazioni utili sulla maggior parte dei capimafia operanti nell'isola sicula. Fra questi nomi si trovano quelli di Tommaso Buscetta, i cugini Greco di Cianculli, Frank Coppola e Gerlando Alberti.
Questa importante "mappa" della criminalità organizzata colpisce in modo singolarissimo il Comando Generale dell'Arma dei Carabinieri che, dopo attenta analisi, nel 1973 decide di elevare il Colonnello Carlo Alberto Dalla Chiesa al grado di Generale di Brigata con incarico di Comandante della Divisione Pastrengo di Milano incaricata di sgominare e distruggere il gruppo terroristico delle "Brigate Rosse".
Il neo-nominato Generale non lascia nulla al caso e, anche questa volta, riesce a dar prova della sua grande capacità investigativa. Dopo il sequestro del Giudice Sossi di Genova Dalla Chiesa capisce che bisogna dare un forte colpo alle BR ed infiltra uno dei suoi migliori uomini della "Pastrengo", il carabiniere Silvano Girotto, all'interno del sodalizio rosso. Grazie al grande lavoro di quest'ultimo, il Generale trae in arresto i brigatisti Renato Curcio e Alberto Franceschini. Ma non finisce qui. Nel 1975, durante una delicatissima operazione militare atta a liberare l'industriale vitivinicolo Gancia, i Carabinieri di Dalla Chiesa uccidono in un conflitto a fuoco Margherita Cagol, moglie di Renato Curcio, che aveva preso il posto del marito all'interno delle BR.
Ma le BR esistono ancora e riescono ad evadere dalle carceri in cui sono detenute. Dalla Chiesa riesce a ricatturare Renato Curcio e i suoi "compagni" e li sparpaglia nelle Carceri di Massima Sicurezza di Cuneo, Asinara, Favignana, Palmi e Trani.
Il Ministero della Difesa, visti i grandi risultati di questo suo figlio, nel 1981 nomina il Generale Dalla Chiesa Vice Comadante dell'Arma dei Carabinieri (incarico già ricoperto da suo padre) ed il 2 maggio 1982 lo invia con l'incarico di Prefetto in Provincia di Palermo.
Qui, in questo luogo, il 3 settembre 1982, dopo soli 4 mesi di servizio prefettizio, il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, l'Agente di Polizia Domenico Russo e la Signora Emanuela Setti Carraro, moglie del Generale, vengono barbaramente uccisi in un attentato da parte di "Cosa nostra".
Gli anni passano, i giorni trascorrono frenetici, ogni giorno accade qualche fatto di cronaca ma gli Italiani non possono e non vogliono dimenticare ciò che è accaduto a questo grande uomo che ha avuto l'unica "colpa" di amare il Tricolore e servirLo fedelmente.
Carissimi, ogni volta che incontro un carabiniere, che vedo una gazzella, che sento una sirena o che passo dinanzi ad una caserma, sento forte la presenza del mio conterraneo Carlo Alberto Dalla Chiesa. Come me migliaia di giovani che bramano con tutti loro stessi di entrare nell'Arma dei Carabinieri per mettere a repentaglio la loro vita in favore di chi è povero ed indifeso.
Oggi, 3 settembre 2018, migliaia di Italiani per bene inneggiano alla figura onesta e carismatica di Carlo Alberto Dalla Chiesa e sperano nella sconfitta completa e definitiva delle mafie, che sono il liquame putrido ed olezzoso del nostro paese.
Viva l'Arma dei Carabinieri, viva l'Italia, onore al Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa!
Andrea Elia Rovera
Responsabile della Memoria Storica
del CMCS degli Alpini Giorgio Langella
martedì 30 gennaio 2018
Bruno Pilat, il Carabiniere che ha salvato 218 ebrei
Carissimi amici dal "Cuore Alpino", a tre giorni dal Giorno della Memoria vi scrivo per raccontarvi la storia di un grande Carabiniere che ha messo a repentaglio la sua vita per salvare quella di 218 altre persone.
La nostra vicenda si svolge nel bel mezzo della Seconda Guerra Mondiale e l'eroe di cui stiamo parlando è il Brigadiere dell'Arma dei Carabinieri Bruno Pilat, nato a Follina (Treviso) il 13 aprile del 1913. Il luogo in cui tutto si svolge è il comune di Aprica dove Pilat è Comandante di Stazione sin dal 27 marzo del 1942. Questo comune di confine si trova nel bel mezzo della triste persecuzione degli stranieri e dei confinati ebrei che dalla Croazia si trovano in quei luoghi.
Pilat non condivide in alcun modo le politiche hitleriane e, pur mantenendo un atteggiamento rispettoso della legge, cerca di collaborare con le comunità ebraiche presenti sul territorio per evitare che queste possano fare brutta fine.
Nel 1943, anno dell'armistizio, il Brigadiere Pilat conosce il reverendo Don Giuseppe Carozzi che, con impareggiabile abnegazione è impegnato da anni nella salvezza dei perseguitati dal Reich.
Ad Aprica gli Ebrei residenti (censiti) sono all'incirca trecento e il richio che partano per i campi d'internato è alto perciò il prete ed il carabiniere - a rischio della loro stessa vita - si adoperano per permettere ai figli di Jahve di raggiungere la non troppo lontana Svizzera. Alla loro impresa si associano il Carabiniere Giuseppe Pina, il Carabiniere Angelo Balsamo, il Carabiniere Gaston Giustetto e il Vice Brigadiere Massimo Apollonio.
Alcuni membri della comunità giudaica di Aprica, però, rimangono dove sono per fare da collegamento tra i fratelli già in Svizzera e quelli ancora in Italia. Il 26 ottobre del 1943 ad Aprica arrivano le SS del Reich per dar seguito all'opera di rastrellamento iniziata già in molti altri comuni della penisola. Ad Aprica, in quel periodo, vi sono ancora le famiglie Pollak, Wilczeck e Pustiscek. La loro deportazione sembra scontata ma il Vice Brigadiere Apollonio, con l'aiuto di un membro della sua famiglia, riesce ad avvertirli e ad instradarli per la Svizzera attraverso il sentiero della morte.
Il Brigadiere Pilat, dal canto suo, continua a dare supporto, soccorso e cure a tutti i prigionieri politici, perseguitati ideologici e quanti sono invisi al regime di Adolf Hitler. Inoltre, rischiando oltre misura, convince tutti i giovani in età militare a non seguire la chiamata ad arruolarsi nelle file della neo-nata Repubblica Sociale Italiana.
Nel 1944, però, si ammala e viene ricoverato in quarantena presso il vicino ospedale di Sondrio. Una volta dimesso decide di non rientrare al Comando di Stazione per aggregarsi alle "fiamme verdi" della Brigata Partigiana locale. Il 05 giugno però viene catturato assieme al Carabiniere Pina e consegnato alle SS per essere deportato nei campi di lavoro del Reich.
Entrambi, dopo esser stati pestati a dovere, vengono inviati nel Campo di Ludwigsburg, alle porte di Stoccarda, dove vengono costretti a fare i magazzinieri sino al giorno della loro fuga e del fortunato rientro in Italia. Il 6 maggio 1945 il Brigadiere Pilat riprende il Comando della Stazione di Aprica e il Carabiniere Pina torna ad espletare parimenti le sue funzioni.
L'esemplare ed eroico comportamento tenuto dal comandante Pilat durante queste tristi vicende gli è valsa la promozione al grado di Maresciallo su proposta del Prefetto e con assoluto benestare del Comando Generale dell'Arma.
Il Maresciallo Bruno Pilat, inoltre, viene insignito della Medaglia di Bronzo al Valor Militare con la seguente motivazione: "Dava prova di ardimento e di alto sentimento del dovere affrontando da solo ed in località isolata un pregiudicato che poco prima, colto da improvvisa alienazione mentale, si era reso responsabile di grave ferimento, riuscendo a disarmarlo della pistola carica che questi teneva in pugno. Successivamente, mentre traduceva in caserma l'arrestato sebbene da questi ferito di sorpresa alla gola con un coltello e, benché stremato di forze per l'abbondante emorragia, con virile energia gli tenne fronte, colpendolo a morte con un colpo di pistola" e della Medaglia d'Argento al Merito Civile "alla memoria" con la seguente motivazione: "Comandante di Stazione Carabinieri, con generoso slancio ed eccezionale senso di abnegazione, si adoperò durante l'occupazione nazista per alleviare le sofferenze di molti cittadini ebrei jugoslavi confinati nel territorio italiano, proteggendoli dalle violenze fisiche e favorendone l'espatrio clandestino in Svizzera. Catturato e deportato in Germania, subì stenti e privazioni fino al rientro in patria al termine della guerra. Chiaro esempio di elette virtù civiche ed altissimo senso del dovere".
Dopo una vita tanto intensa quanto eroica il Maresciallo dei Carabinieri Bruno Pilat ci ha lasciati nel 2006, all’età di 93 anni, per ricongiungersi al Padre mediante l'intercessione silenziosa della Virgo Fidelis, Patrona dell'Arma.
Carissimi, questa storia meritava di esser narrata perché in pochi la conoscono e in troppi la ignorano. Chi dona la propria vita per il bene di quella altrui merita di essere ricordato e di essere visto dai giovani di ogni tempo come "faro luminoso" della società!
La nostra vicenda si svolge nel bel mezzo della Seconda Guerra Mondiale e l'eroe di cui stiamo parlando è il Brigadiere dell'Arma dei Carabinieri Bruno Pilat, nato a Follina (Treviso) il 13 aprile del 1913. Il luogo in cui tutto si svolge è il comune di Aprica dove Pilat è Comandante di Stazione sin dal 27 marzo del 1942. Questo comune di confine si trova nel bel mezzo della triste persecuzione degli stranieri e dei confinati ebrei che dalla Croazia si trovano in quei luoghi.
Pilat non condivide in alcun modo le politiche hitleriane e, pur mantenendo un atteggiamento rispettoso della legge, cerca di collaborare con le comunità ebraiche presenti sul territorio per evitare che queste possano fare brutta fine.
Nel 1943, anno dell'armistizio, il Brigadiere Pilat conosce il reverendo Don Giuseppe Carozzi che, con impareggiabile abnegazione è impegnato da anni nella salvezza dei perseguitati dal Reich.
Ad Aprica gli Ebrei residenti (censiti) sono all'incirca trecento e il richio che partano per i campi d'internato è alto perciò il prete ed il carabiniere - a rischio della loro stessa vita - si adoperano per permettere ai figli di Jahve di raggiungere la non troppo lontana Svizzera. Alla loro impresa si associano il Carabiniere Giuseppe Pina, il Carabiniere Angelo Balsamo, il Carabiniere Gaston Giustetto e il Vice Brigadiere Massimo Apollonio.
Alcuni membri della comunità giudaica di Aprica, però, rimangono dove sono per fare da collegamento tra i fratelli già in Svizzera e quelli ancora in Italia. Il 26 ottobre del 1943 ad Aprica arrivano le SS del Reich per dar seguito all'opera di rastrellamento iniziata già in molti altri comuni della penisola. Ad Aprica, in quel periodo, vi sono ancora le famiglie Pollak, Wilczeck e Pustiscek. La loro deportazione sembra scontata ma il Vice Brigadiere Apollonio, con l'aiuto di un membro della sua famiglia, riesce ad avvertirli e ad instradarli per la Svizzera attraverso il sentiero della morte.
Il Brigadiere Pilat, dal canto suo, continua a dare supporto, soccorso e cure a tutti i prigionieri politici, perseguitati ideologici e quanti sono invisi al regime di Adolf Hitler. Inoltre, rischiando oltre misura, convince tutti i giovani in età militare a non seguire la chiamata ad arruolarsi nelle file della neo-nata Repubblica Sociale Italiana.
Nel 1944, però, si ammala e viene ricoverato in quarantena presso il vicino ospedale di Sondrio. Una volta dimesso decide di non rientrare al Comando di Stazione per aggregarsi alle "fiamme verdi" della Brigata Partigiana locale. Il 05 giugno però viene catturato assieme al Carabiniere Pina e consegnato alle SS per essere deportato nei campi di lavoro del Reich.
Entrambi, dopo esser stati pestati a dovere, vengono inviati nel Campo di Ludwigsburg, alle porte di Stoccarda, dove vengono costretti a fare i magazzinieri sino al giorno della loro fuga e del fortunato rientro in Italia. Il 6 maggio 1945 il Brigadiere Pilat riprende il Comando della Stazione di Aprica e il Carabiniere Pina torna ad espletare parimenti le sue funzioni.
L'esemplare ed eroico comportamento tenuto dal comandante Pilat durante queste tristi vicende gli è valsa la promozione al grado di Maresciallo su proposta del Prefetto e con assoluto benestare del Comando Generale dell'Arma.
Il Maresciallo Bruno Pilat, inoltre, viene insignito della Medaglia di Bronzo al Valor Militare con la seguente motivazione: "Dava prova di ardimento e di alto sentimento del dovere affrontando da solo ed in località isolata un pregiudicato che poco prima, colto da improvvisa alienazione mentale, si era reso responsabile di grave ferimento, riuscendo a disarmarlo della pistola carica che questi teneva in pugno. Successivamente, mentre traduceva in caserma l'arrestato sebbene da questi ferito di sorpresa alla gola con un coltello e, benché stremato di forze per l'abbondante emorragia, con virile energia gli tenne fronte, colpendolo a morte con un colpo di pistola" e della Medaglia d'Argento al Merito Civile "alla memoria" con la seguente motivazione: "Comandante di Stazione Carabinieri, con generoso slancio ed eccezionale senso di abnegazione, si adoperò durante l'occupazione nazista per alleviare le sofferenze di molti cittadini ebrei jugoslavi confinati nel territorio italiano, proteggendoli dalle violenze fisiche e favorendone l'espatrio clandestino in Svizzera. Catturato e deportato in Germania, subì stenti e privazioni fino al rientro in patria al termine della guerra. Chiaro esempio di elette virtù civiche ed altissimo senso del dovere".
Dopo una vita tanto intensa quanto eroica il Maresciallo dei Carabinieri Bruno Pilat ci ha lasciati nel 2006, all’età di 93 anni, per ricongiungersi al Padre mediante l'intercessione silenziosa della Virgo Fidelis, Patrona dell'Arma.
Carissimi, questa storia meritava di esser narrata perché in pochi la conoscono e in troppi la ignorano. Chi dona la propria vita per il bene di quella altrui merita di essere ricordato e di essere visto dai giovani di ogni tempo come "faro luminoso" della società!
Nella speranza di avervi fatto cosa gradita mi congedo "con la penna" ma non con il cuore.
Andrea Elia Rovera
Responsabile della Memoria Storica
del CMCS degli Alpini Giorgio Langella
sabato 17 giugno 2017
I Carabinieri a Laives (Bz) per la Festa dell'Arma
Carissimi, con qualche giorno di ritardo voglio condividere con voi un pensiero sul 203° Anniversario della Fondazione dell'Arma dei Carabinieri che si è tenuto nella Caserma del 7 Reggimento Carabinieri Trentino Alto Adige "Laives".
A questa importantissima cerimonia che punta a celebrare le grandi imprese e la costante abnegazione della "Benemerita" hanno preso parte il Generale Massimo Mennitti, Comandante della Legione Carabinieri "Trentino Alto Adige", il dottor Vito Cusumano, Commissario del Governo per la Provincia Autonoma di Bolzano, il Colonnello Stefano Paolucci, Comandante Provinciale dei Carabinieri di Bolzano e molte altre autorità civili, religiose e militari.
Il Colonnello Paolucci, durante un breve ma toccante discorso, ha voluto ringraziare i militari dell'Arma operanti nel Comando Provinciale di Bolzano e nel 7 Reggimento Carabinieri di Laives dicendo che è orgoglioso di sapere che ciascuno di loro è "da sempre accanto ai cittadini, talvolta per risolvere un concreto problema, talvolta anche solo per un consiglio o una parola di conforto". L'alto ufficiale, guardando i reparti ordinatamente schierati, ha poi aggiunto: "Questa è l'Arma dei Carabinieri, l'arma della gente, l'arma di tutti, un patrimonio delle comunità che preserviamo con costante impegno".
Carissimi, a conclusione di questa mia breve, vorrei chiedervi un minuto di silenzio e la recita di un'Ave Maria alla Virgo Fidelis per l'anima del Maresciallo Paolo Russo che nel 2016 è prematuramente scomparso lasciando la sua famiglia e il 7 Reggimento a cui apparteneva.
I Carabinieri sono il nostro bene più prezioso perché mettono a repentaglio la loro vita 24 ore su 24 per garantire a ciascuno di noi di vivere un'esistenza libera, pacifica e dignitosa.
Viva l'Italia, viva l'Arma dei Carabinieri!
Un abbraccio, Elia.
A questa importantissima cerimonia che punta a celebrare le grandi imprese e la costante abnegazione della "Benemerita" hanno preso parte il Generale Massimo Mennitti, Comandante della Legione Carabinieri "Trentino Alto Adige", il dottor Vito Cusumano, Commissario del Governo per la Provincia Autonoma di Bolzano, il Colonnello Stefano Paolucci, Comandante Provinciale dei Carabinieri di Bolzano e molte altre autorità civili, religiose e militari.
Il Colonnello Paolucci, durante un breve ma toccante discorso, ha voluto ringraziare i militari dell'Arma operanti nel Comando Provinciale di Bolzano e nel 7 Reggimento Carabinieri di Laives dicendo che è orgoglioso di sapere che ciascuno di loro è "da sempre accanto ai cittadini, talvolta per risolvere un concreto problema, talvolta anche solo per un consiglio o una parola di conforto". L'alto ufficiale, guardando i reparti ordinatamente schierati, ha poi aggiunto: "Questa è l'Arma dei Carabinieri, l'arma della gente, l'arma di tutti, un patrimonio delle comunità che preserviamo con costante impegno".
Carissimi, a conclusione di questa mia breve, vorrei chiedervi un minuto di silenzio e la recita di un'Ave Maria alla Virgo Fidelis per l'anima del Maresciallo Paolo Russo che nel 2016 è prematuramente scomparso lasciando la sua famiglia e il 7 Reggimento a cui apparteneva.
I Carabinieri sono il nostro bene più prezioso perché mettono a repentaglio la loro vita 24 ore su 24 per garantire a ciascuno di noi di vivere un'esistenza libera, pacifica e dignitosa.
Viva l'Italia, viva l'Arma dei Carabinieri!
Un abbraccio, Elia.
sabato 6 maggio 2017
Carabinieri salvano la vita ad un medico
Carissimi, nei giorni scorsi una coppia di militari dell'Arma dei Carabinieri in servizio sulle di piste di Solda (Trentino Alto Adige) si è trovata nella condizione di dover rianimare un cardiochirurgo di nazionalità tedesca colpito da un infarto cardiaco.
Il medico sessantanovenne si trovava sulla pista e stava attendendo la funivia per andare in cima. Mentre attendeva ha sentito un forte dolore al petto e si è accasciato al suolo. Fortunatamente per lui di li passavano due Carabinieri del reparto sciatori che, vista la situazione, hanno deciso di intervenire praticando all'uomo le procedure di rianimazione. I due militari, in men che non si dica, si sono inginocchiati accanto al medico malfermo, gli hanno praticato il massaggio cardiaco e la respirazione aiutati anche da un volontario del 118 accorso nel frattempo. Per più di un quarto d'ora non hanno mollato ed hanno continuato ad aiutare il povero medico accasciato che, in questo modo, è riuscito a rimanere vivo e a mantenere stabili le funzioni vitali che, altrimenti, sarebbero potute peggiorare.
Grazie al cielo, mentre i Carabinieri facevano tutto il possibile per tenere in vita l'uomo, è arrivato il 118 che con il defibrillatore ha subito iniziato a medicalizzare l'uomo per poi elitrasportarlo all'ospedale di Bolzano dove ha ripreso conoscenza e ha dimostrato di non aver riportato danni permanenti.
Se su quella pista non ci fossero stati i militari dell'Arma dei Carabinieri, forse, quell'uomo non ce l'avrebbe fatta. Molto spesso sento che le persone mancano di rispetto a chi indossa una divisa ma come si fa a non rendersi conto di quanto siano preziose queste persone? Ci rendiamo conto che grazie a loro la nostra vita di tutti i giorni può svolgersi in condizione di sicurezza? Siamo consci del fatto che sotto al cappello con la fiamma ci sono uomini fatti di carne, ossa e sangue come noi?
Carissimi, ancora una volta mi trovo costretto a dire il mio GRAZIE agli uomini dell'Arma dei Carabinieri per tutto quello che fanno per noi. Prima di congedarmi avrei una richiesta da farvi. Domani, dopodomani o quando ne avrete occasione, quando incontrate un Carabiniere fermatelo, salutatelo e con un bel sorriso ditegli solo una parola: "Grazie". Grazie per aver donato la sua vita allo Stato. Grazie per aver giurato di servire il Popolo Italiano. Grazie per la sua fedeltà e per il suo altruismo. La Patria è fiera di lei!
I Carabinieri sono i migliori amici che possiamo avere; teniamolo sempre ben a mente.
Andrea Elia Rovera
Grazie al cielo, mentre i Carabinieri facevano tutto il possibile per tenere in vita l'uomo, è arrivato il 118 che con il defibrillatore ha subito iniziato a medicalizzare l'uomo per poi elitrasportarlo all'ospedale di Bolzano dove ha ripreso conoscenza e ha dimostrato di non aver riportato danni permanenti.
Se su quella pista non ci fossero stati i militari dell'Arma dei Carabinieri, forse, quell'uomo non ce l'avrebbe fatta. Molto spesso sento che le persone mancano di rispetto a chi indossa una divisa ma come si fa a non rendersi conto di quanto siano preziose queste persone? Ci rendiamo conto che grazie a loro la nostra vita di tutti i giorni può svolgersi in condizione di sicurezza? Siamo consci del fatto che sotto al cappello con la fiamma ci sono uomini fatti di carne, ossa e sangue come noi?
Carissimi, ancora una volta mi trovo costretto a dire il mio GRAZIE agli uomini dell'Arma dei Carabinieri per tutto quello che fanno per noi. Prima di congedarmi avrei una richiesta da farvi. Domani, dopodomani o quando ne avrete occasione, quando incontrate un Carabiniere fermatelo, salutatelo e con un bel sorriso ditegli solo una parola: "Grazie". Grazie per aver donato la sua vita allo Stato. Grazie per aver giurato di servire il Popolo Italiano. Grazie per la sua fedeltà e per il suo altruismo. La Patria è fiera di lei!
I Carabinieri sono i migliori amici che possiamo avere; teniamolo sempre ben a mente.
Andrea Elia Rovera
lunedì 21 novembre 2016
La "Virgo Fidelis" protegga sempre i nostri amati Carabinieri
Carissimi, quest'oggi l'Arma dei Carabinieri nelle Legioni, nei Reggimenti, nei Reparti, nei Raggruppamenti, nelle Compagnie e nelle Stazioni, celebra la Solennità della sua Patrona, la "Virgo Fidelis".
In questa giornata di festa, ogni singolo militare appartenente alla "Benemerita" rinnova il proprio giuramento a compiere sempre e comunque azioni benevole nei confronti della Patria rappresentata dai Cittadini Italiani.
Di fronte all'immagine della "Virgo Fidelis" ogni Carabiniere sente il dovere di chiedere Materna Assistenza Spirituale
Ma, in modo particolare, il Carabiniere ha bisogno della vicinanza della Madonna quando si veste della propria divisa. In quel momento l'uomo smette di essere un Civile per diventare impersonificazione vivente del Tricolore Italiano. Nel momento in cui un Carabiniere indossa la divisa, infatti, assume su di sé la gravosa responsabilità di tutelare, difendere ed aiutare il Cittadino Italiano che si trova nel bisogno e nell'indigenza.
Chi indossa La divisa dell'Arma non compie un gesto banale, ripetitivo o abitudinario ma, bensì, un vero e proprio rito nel quale rinnova - ogni giorno - "l'entusiasmo di testimoniare, con la fedeltà fino alla morte. l'amore a Dio e ai fratelli italiani" (Da: "La preghiera del Carabiniere").
Carissimi, da oggi innanzi, quando incontriamo un Carabiniere su una gazzella, su un treno, in una stazione, per la strada, di fronte ad una scuola, o in un qualunque altro luogo, ricordiamoci che siamo di fronte ad un Servitore della Patria che mette a repentaglio la sua vita per salvaguardare la nostra e per rendere l'Italia un Paese migliore.
Viva l'Italia, viva l'Arma dei Carabinieri!
Andrea Elia Rovera
Responsabile della Memoria Storica
del CMCS degli Alpini Giorgio Langella
Di fronte all'immagine della "Virgo Fidelis" ogni Carabiniere sente il dovere di chiedere Materna Assistenza Spirituale
- durante i turni di pattugliamento delle strade affinché l'occhio sia sempre vigile e il corpo sia sempre pronto ad intervenire in caso di necessità;
- durante l'accoglienza e l'incontro con il Cittadino affinché la sua lingua sappia sempre proferire parole di rassicurazione, di pace e di legalità;
- durante le operazioni di formazione, addestramento ed intervento affinché ogni movimento, ogni azione ed ogni dettaglio vengano compiuti con solerzia, precisione e puntualità.
Ma, in modo particolare, il Carabiniere ha bisogno della vicinanza della Madonna quando si veste della propria divisa. In quel momento l'uomo smette di essere un Civile per diventare impersonificazione vivente del Tricolore Italiano. Nel momento in cui un Carabiniere indossa la divisa, infatti, assume su di sé la gravosa responsabilità di tutelare, difendere ed aiutare il Cittadino Italiano che si trova nel bisogno e nell'indigenza.
Chi indossa La divisa dell'Arma non compie un gesto banale, ripetitivo o abitudinario ma, bensì, un vero e proprio rito nel quale rinnova - ogni giorno - "l'entusiasmo di testimoniare, con la fedeltà fino alla morte. l'amore a Dio e ai fratelli italiani" (Da: "La preghiera del Carabiniere").
Carissimi, da oggi innanzi, quando incontriamo un Carabiniere su una gazzella, su un treno, in una stazione, per la strada, di fronte ad una scuola, o in un qualunque altro luogo, ricordiamoci che siamo di fronte ad un Servitore della Patria che mette a repentaglio la sua vita per salvaguardare la nostra e per rendere l'Italia un Paese migliore.
Viva l'Italia, viva l'Arma dei Carabinieri!
Andrea Elia Rovera
Responsabile della Memoria Storica
del CMCS degli Alpini Giorgio Langella
giovedì 15 settembre 2016
In memoria del Maresciallo Paolo Russo del 7 Reggimento Carabinieri di Laives
Carissimi, purtroppo l'Italia si trova nuovamente a piangere la troppo prematura scomparsa di un suo figlio che si è ricongiunto al Padre.
Paolo Russo, Maresciallo dell'Arma dei Carabinieri in servizio presso il 7 Reggimento Carabinieri di Laives (Trentino Alto Adige), domenica era uscito per una camminata in montagna e da quel momento di lui non si è saputo più nulla. I suoi colleghi e tutte le realtà montane del territorio - per un totale di oltre 100 unità - si sono messi alla sua ricerca e, purtroppo, nella giornata di martedì 13 settembre lo hanno trovato senza vita in fondo ad un dirupo nei pressi dell'Alpe di Villandro.
Il povero Maresciallo ha perso la vita nella montagna che tanto amava ed ha lasciato un vuoto incolmabile nella famiglia, nel Reggimento, nel paese ove abitava e in tutto l'ambiente militare italiano.
Come sempre dico, quando muore un soldato, un servitore della Patria, non si può non essere colpiti da enorme tristezza perché con lui se ne vanno un pezzo d'Italia e un pezzo di Tricolore.
Domani, venerdì 16 settembre, presso la "Caserma Guella" (Via Kennedy, 297 - Laives), alle ore 11:00, l'Italia tutta darà l'ultimo ed estremo saluto al Maresciallo Capo Paolo Russo che, solo 35 enne, è volato in Cielo per congiungersi al Padre e a tutti i Carabinieri che, prima di lui, hanno mirabilmente servito l'amata Nazione.
Da parte di Noi che non dimentichiamo Giorgio Langella giungano alla Famiglia, al 7 Reggimento e a tutta l'Arma dei Carabinieri le più sincere e devote condoglianze.
Da oggi in avanti nelle nostre preghiere e nelle nostre partecipazioni alle cerimonie militari sarà presente anche il caro Maresciallo Russo che dal suo Comandante è stato definito come un elemento fondamentale ed una delle colonne del settimo Reggimento. (Cit. Colonnello Michele Facciorusso, Comandante del 7 Reggimento Carabinieri)
Il Signore della vita accolga l'anima di questo suo figlio, di questo nostro eroe, e doni consolazione alle persone che con amore e dolore lo piangono.
Andrea Elia Rovera
Responsabile della Memoria Storica
del CMCS degli Alpini Giorgio Langella
Paolo Russo, Maresciallo dell'Arma dei Carabinieri in servizio presso il 7 Reggimento Carabinieri di Laives (Trentino Alto Adige), domenica era uscito per una camminata in montagna e da quel momento di lui non si è saputo più nulla. I suoi colleghi e tutte le realtà montane del territorio - per un totale di oltre 100 unità - si sono messi alla sua ricerca e, purtroppo, nella giornata di martedì 13 settembre lo hanno trovato senza vita in fondo ad un dirupo nei pressi dell'Alpe di Villandro.
Il povero Maresciallo ha perso la vita nella montagna che tanto amava ed ha lasciato un vuoto incolmabile nella famiglia, nel Reggimento, nel paese ove abitava e in tutto l'ambiente militare italiano.
Come sempre dico, quando muore un soldato, un servitore della Patria, non si può non essere colpiti da enorme tristezza perché con lui se ne vanno un pezzo d'Italia e un pezzo di Tricolore.
Domani, venerdì 16 settembre, presso la "Caserma Guella" (Via Kennedy, 297 - Laives), alle ore 11:00, l'Italia tutta darà l'ultimo ed estremo saluto al Maresciallo Capo Paolo Russo che, solo 35 enne, è volato in Cielo per congiungersi al Padre e a tutti i Carabinieri che, prima di lui, hanno mirabilmente servito l'amata Nazione.
Da parte di Noi che non dimentichiamo Giorgio Langella giungano alla Famiglia, al 7 Reggimento e a tutta l'Arma dei Carabinieri le più sincere e devote condoglianze.
Da oggi in avanti nelle nostre preghiere e nelle nostre partecipazioni alle cerimonie militari sarà presente anche il caro Maresciallo Russo che dal suo Comandante è stato definito come un elemento fondamentale ed una delle colonne del settimo Reggimento. (Cit. Colonnello Michele Facciorusso, Comandante del 7 Reggimento Carabinieri)
Il Signore della vita accolga l'anima di questo suo figlio, di questo nostro eroe, e doni consolazione alle persone che con amore e dolore lo piangono.
Andrea Elia Rovera
Responsabile della Memoria Storica
del CMCS degli Alpini Giorgio Langella
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